Peer education, storie

Aurora e la “peer education”

“Dicono: c’è uno psicologo. Ma io non sono matta, che vado dallo psicologo. Tu mi devi dire: vieni, io ti ascolto. Se vuoi pubblicizzarlo devi dire: c’è un posto dove ti ascoltiamo. È molto diverso, perché una persona vuole essere ascoltata, non curata”.
Aurora racconta così l’esperienza di “peer education” che conduce da un paio d’anni insieme agli altri studenti di due licei romani, il Seneca e il Dante. È un progetto nato dalla collaborazione tra il dipartimento di salute mentale della Asl Roma 1, la Fondazione Di Liegro e la Fondation d’Harcourt.
La “peer education” è una strategia di prevenzione e promozione della salute che si sta diffondendo in vari paesi. Studenti, docenti e psicologi lavorano insieme con l’obiettivo di aiutare i ragazzi a trovare un benessere psico-fisico e relazionale, fatto di autostima, fiducia, amicizia, senso di sicurezza. Quello che cercano, spesso senza averne una chiara cognizione, ma faticano a trovare nel gruppo, nella classe, nella scuola. Vincere il malessere che si vive nell’adolescenza è più facile se ad aiutarti sono tuoi coetanei, opportunamente formati. Ragazzi che condividono le tue esperienze. Diventano un po’ i tuoi tutor e ti avviano verso un percorso di sostegno psicologico.
Ogni settimana a scuola è aperto uno sportello di ascolto, con uno psicologo esperto di età evolutiva. Per prenotare un incontro c’è un foglio bianco su cui i ragazzi possono mettere anche un nickname, oppure solo un segno. Perché, spiega Sofia, ci si vergogna a chiedere un aiuto psicologico, davanti agli amici e anche in famiglia.
Per gli psicologi e i docenti il bilancio di questi due anni è decisamente positivo. I ragazzi che hanno partecipato al progetto sono cresciuti, maturati. Sono diventati molto più consapevoli su tematiche che li coinvolgono, come la cannabis, il fumo, l’alcool, il bullismo. Anche i loro comportamenti si sono modificati; sono più autonomi, più liberi, meno influenzabili da stimoli negativi che possono derivare dal gruppo dei coetanei.
Tutti concordano che è un’esperienza da proseguire e allargare ai genitori.

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