Una salute mentale di comunità

Una salute mentale di comunità

“Ogni anno sono circa 650.000 i ricorsi al pronto soccorso per motivi psichiatrici. È evidente che sarebbe impossibile  immaginare un numero equivalente di persone da sottoporre a stretta vigilanza per eventuali comportamenti violenti, ma di certo c’è da interrogarsi sulle connessioni che possono esistere tra questo primo presidio di intervento sanitario e i percorsi attivati successivamente”. Come riporta l’Agenzia Dire, a sostenerlo è Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica (Siep), intervenuto nei giorni scorsi ai microfoni di Radio24 per riflettere sulla condizione della salute mentale in Italia. Una riflessione che prende spunto dal triplice omicidio avvenuto ad Ardea, domenica scorsa, in cui due bambini e un anziano sono rimasti vittime dei colpi di pistola esplosi da un 34enne con problemi psichici.

“Le disuguaglianze territoriali nel nostro Paese sono marcatissime e addirittura intollerabili – ha aggiunto Starace – specie quando si considera che l’assistenza psichiatrica non è come un intervento chirurgico del quale una persona può fruire spostandosi da una regione all’altra e andando in un centro di eccellenza. È un’assistenza che si fonda nella comunità di riferimento, volta al reinserimento, alla reinclusione“.

Il problema è “una malintesa percezione della psichiatria che – ha spiegato ancora il presidente Siep – continua a essere considerata in termini prestazionali, ossia di visita ambulatoriale, elicitazione di sintomi ed eventuale somministrazione di uno psicofarmaco. Ma questa non è la salute mentale di comunità prevista dalla norma, unico strumento utile per accompagnare e sostenere le persone in difficoltà ma anche per prevenire condizioni estreme ed esacerbazioni comportamentali“. Basti pensare che “anche dopo un trattamento sanitario obbligatorio (TSO) non c’è continuità della cura – ha aggiunto Starace-  solo il 30% delle persone a cui viene fatto un TSO viene visto nei 14 giorni successivi alla dimissione di un ricovero. Probabilmente per problemi di dotazione e organizzazione nei vari territori”.

Una fotografia in bianco e nero quella della salute mentale italiana quella scattata da Starace. Ma che potrebbe colorarsi con l’aiuto del Recovery fund. “Se facessimo un salto in avanti di 6-7 anni e ci trovassimo già nelle condizioni previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, con case di comunità e centri dove gruppi di medici di medicina generale si alternano a gruppi di medici della continuità assistenziale, avendo la possibilità di intercettare loro stessi le condizioni di disagio e di dare continuità al trattamento – ha affermato – allora evidentemente i fatti di Ardea avrebbero assunto altre caratteristiche”.

Quali strumenti è necessario mettere in campo? “Quelli previsti dalla norma, prima ancora che nel Pnrr – ha aggiunto  Starace – quelli che prevedono Centri di Salute Mentale diffusi su tutto il territorio, aperti h24 in modo da poter intercettare queste forme di disagio in qualsiasi momento, con equipe multidisciplinari proiettate verso la comunità, verso l’aiuto alle famiglie. C’è un’azione di sistema da mettere in campo: bisogna essere presenti, proattivi, uscire da ambulatori e ospedali, andare a casa delle famiglie, incontrare la sofferenza e le difficoltà, evitando così che si manifestino forme estreme“.

Nella salute mentale “non abbiamo bisogno di tecnologie sofisticate ma abbiamo bisogno di tecnologia umana, di persone competenti e motivate che svolgano questo lavoro. Dal disturbo mentale ci si riprende – conclude il presidente Siep – a patto che si intervenga precocemente e in maniera appropriata, secondo i percorsi di cura definiti dal Ministero e con continuità nel tempo”.

Sosteniamo e diamo dignità a persone esposte alla solitudine e all’abbandono

La notizia sul sito dell’Agenzia Dire

Photo by Raphael Brasileiro from Pexels

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