Resilienza ed empatia: conoscere e comprendere

La resilienza e l’empatia sono concetti che non nascono nell’ambito della salute mentale ma lo attraversano sempre di più. I volontari che si impegnano o intendono impegnarsi nel sostegno di persone affette da disturbi psichici devono conoscerli e comprenderli a fondo.

“La resilienza come strumento di salute mentale” è il titolo del quarto incontro del nostro corso di formazione, condotto dallo psichiatra Josè Mannu, a lungo collaboratore di don Don Luigi Di Liegro.

Prima un po’ di storia, a partire dall’ultimo scorcio del 18esimo secolo, quando si fa strada in Francia e in Gran Bretagna l’ipotesi che la “follia” debba considerarsi sempre “parziale“ e come tale curabile con un “trattamento morale” rieducativo della parte sana della persona, accompagnato da metodi costrittivi e punitivi.

Durante la seconda guerra mondiale il tema della “follia parziale” viene rielaborato: per combattere la parte malata bisogna allearsi con quella sana e si deve farlo insieme, in una comunità terapeutica diversa dal manicomio, concettualmente non costrittiva e punitiva.

Qualche decina di anni dopo, in Italia Franco Basaglia parte dalla constatazione che qualunque luogo costruito per guarire la malattia psichica diventa cronicizzante, per iniziare il percorso che porterà alla chiusura dei manicomi, all’apertura al territorio e alla società civile, alla legge 180. La territorializzazione è un cambiamento radicale che richiede un profondo cambiamento culturale.

Nel nuovo millennio la consapevolezza dell’importanza del legame tra individuo e contesto sociale si rafforza. Non c’è bisogno di “luoghi” dedicati, qualunque uomo vive di relazioni, di rapporti. Prendersi cura di una persona non significa “curarla”, ma sostenere la sua capacità di curare se stessa, aiutarla a sviluppare le potenzialità – che tutti hanno – per supportare il suo funzionamento all’interno della società. La base della sua resilienza.

Per arrivare a questo è necessario prima individuare il vero bisogno, ascoltare, chiarire, comprendere, sospendere il giudizio rinunciando a cercare le cause, mantenendo nei giusti limiti l’empatia con l’altro, evitando i pensieri rischiosi che possono comparire come “io non ho bisogno di nessuno, ma gli altri hanno bisogno di me”.

La storia di una persona vulnerabile non prevede l’autonomia perché la vita di tutti è una progressiva distribuzione delle dipendenze (dai genitori, agli insegnanti, agli amici, ai colleghi, ai legami affettivi ecc.). L’essere umano e il suo cervello si sviluppano in funzione delle relazioni costruite nel tempo, quanto più è distribuita la dipendenza, tanto più si è autonomi.  Dobbiamo cambiare il modo di pensare. Non siamo in grado di restituire la normalità ma possiamo allargarla, in modo tale che ci sia spazio per vivere col problema che tutti – nessuno escluso – si portano appresso. Questo è guarire.

Condividi: