Manifesto per la salute mentale

Manifesto per la salute mentale: Chi soffre va curato nella sua comunità

Manifesto per la salute mentale: senza un servizio pubblico ben funzionante l’intero sistema della cura psichica va in crisi. La persona sofferente deve  essere presa in cura all’interno della comunità in cui vive. La terapia non è assistenza, ma un prendersi cura che include i desideri degli operatori e dei soggetti sofferenti.
Lo strumento della cura è l’equipe territoriale che ha un approccio multidisciplinare, all’interno del quale le diverse professionalità e prospettive scientifiche dialogano e collaborano tra di loro e con le associazioni degli utenti e dei loro familiari.

Sono questi i punti fondanti del rinnovamento della salute mentale nell’ambito del Servizio sanitario nazionale proposti dal Manifesto per la Salute mentale, promosso da Angelo Barbato dell’Istituto farmacologico Mario Negri; Antonello D’Elia, presidente della Psichiatria democratica; Pierluigi Politi, ordinario di Psichiatria all’Università dì Pavia; Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica; Sarantis Thanopulos, presidente della Società psicoanalitica italiana.
Al Manifesto, presentato lo scorso 28 marzo con un evento online, aderiscono esponenti della società civile, società scientifiche e associazioni di operatori del servizio pubblico e del terzo settore.

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Nel corso della presentazione, è stato sottolineato come “la cura farmacologica del dolore dissociata dal lavoro psicoterapeutico (nei servizi pubblici le psicoterapie rappresentano un 6% delle cure erogate) e dal complesso lavoro  di inserimento socioculturale e lavorativo nella comunità in cui si vive, lascia inevasa la domanda di soggettivazione della propria esperienza e di rivendicazione del diritto dì cittadinanza (negato di fatto al soggetto che ha perso il suo posto nel
mondo). Il farmaco è chiamato a una funzione impropria rispetto alla sua reale capacità di alleviare, rendere tollerabile il dolore e il suo uso diventa abusivo e abusante. Nella misura in cui il modello biomedico che insegue questa prospettiva, incurante del dialogo con gli altri saperi, pretende di costituirsi anche come paradigma dei modi di prendere cura dei nostri sentimenti, diventa un pericolo per la libertà e per la democrazia”.

“Il progetto di un ripensamento della salute mentale, per potenziarla, non è un’operazione nostalgica. Intende, tuttavia, recuperare tutte le acquisizioni della legge 180, oggi largamente disattese, il pluralismo scientifico che per molti anni ha consentito un approccio alla sofferenza umanizzante e non tecnicistico e una civiltà della cura che aveva accantonato tutte le pratiche di contenzione violenta, oggi incredibilmente riammesse. Scuotere le coscienze è necessario per uscire dalla spersonalizzazione dei dispositivi terapeutici ma, al tempo stesso, la validità dei trattamenti sotto il profilo della qualità della vita e la loro capacità di farsi carico del dialogo tra il singolo e la collettività, fanno respirare i sentimenti e i pensieri di tutti”.

La formazione degli operatori deve essere eccellente: questo significa renderla più rigorosa e soprattutto intervenire sulla preparazione accademica. Il sostegno reciproco tra le equipe territoriali e le comunità in cui esse lavorano è molto importante ed è il miglior modo per evitare di precipitare negli anfratti di una società malata. La cura della società, nell’ambito del servizio pubblico, non passa attraverso le linee guida di un astratto ‘benessere psicologico’, una sorte di fitness psichica. Deve farsi carico delle situazioni concretamente e potenzialmente patogene, agendo in senso preventivo, ed è necessaria la collaborazione con prassi creative e saperi esterni alla salute mentale. La collaborazione sul piano clinico e della ricerca tra i dipartimenti della salute mentale, le università e le società scientifiche, alcune delle quali hanno attivato servizi di consultazione e di terapia rivolti al disagio sociale, è altrettanto necessaria”.

Photo by Kindel Media from Pexels

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