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Pantanella, la storia che, purtroppo, anticipò il futuro

Era l’estate delle notti magiche. L’estate dei Mondiali di calcio. E dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein (che poi si portò dietro di guerre per liberare l’Iraq). Era l’estate dei primissimi telefoni cellulari. Ma fu anche l’estate della Pantanella, a Roma. Il nuovo mondo, quello dell’immigrazione, “sbarcava” prepotentemente all’attenzione della cronaca. E un prete aveva capito che non si poteva rimanere a guardare: don Luigi Di Liegro.

Lo racconta il direttore dell’Espresso, Marco Damilano, in un articolo sul numero del settimanale attualmente in edicola.

La Pantanella era una vecchia fabbrica di pasta abbandonata, tra la via Casilina e la Prenestina e a poche centinaia di metri dalla Basilica di San Giovanni. Uno splendido esempio di archeologia industriale, dove si trasferirono centinaia di immigrati, sgomberati dal Centro storico proprio prima dei Mondiali di calcio, in gran parte provenienti da Pakistan, Bangladesh e India. Alla fine di quell’esperienza, erano passate da lì 3.532 persone, per la maggior parte giovani, istruiti e in regola col permesso di soggiorno. Avevano messo in piedi una scuola di italiano, un giornale, un barbiere e una moschea, oltre a elaborare un codice di comportamento e organizzare un comitato di gestione e tre commissioni di lavoro. Ma erano state le condizioni inumane in cui si trovavano a vivere questi emarginati, senza servizi igienici, senza acqua, in spazi fatiscenti e in mezzo ai rifiuti, ad attirare l’attenzione del Paese.

In questo affresco ricordato da Marco Damilano, si stagliano le figure di don Luigi Di Liegro e di Dino Frisullo. Don Luigi era alla Pantanella ogni giorno, in mezzo ai diseredati; il giornalista lo descrive come un “mite, costruttore di pace” che “non si era mai saziato” della sua “fame e sete di giustizia”. Sulla vicenda dell’ex pastificio, Di Liegro lavorò incessantemente per sollecitare l’amministrazione comunale nell’assunzione di responsabilità, per la realizzazione di un piano di interventi e centri di accoglienza, che sollevassero gli emarginati da quella situazioni inumana. Si adoperò per creare un’anagrafe lavorativa, intuendo che quelle persone avrebbero potuto riscattarsi col lavoro, “con l’urgenza di uno che sa che non c’è tempo da perdere, che bisogna fare qualcosa subito”.

Don Luigi, ricorda ancora Damilano, aveva una conoscenza profonda e formidabile della Capitale, di ogni luogo aveva in mente “le sofferenze, le rivendicazioni, le speranze”. Come affermava Di Liegro, “La Città sta vivendo drammaticamente una dialettica sociale che ruota sul problema dell’accettazione o del rifiuto di tanti portatori di diversità con cui ci si trova a dover vivere  – si cita ancora nell’articolo – Gli immigrati, i nomadi, i portatori di handicap, i tossicodipendenti, i malati di Aids, gli anziani soli, gli adolescenti fuori famiglia: tutti coloro cioè che non possono essere partecipi della crescita economica e dei meccanismi che la determinano”.

Intanto crescevano le tensioni, sia nella comunità che viveva l’ex pastificio, sia fuori. L’impreparazione della politica, chi cavalcava la paura dei cittadini, il razzismo non più strisciante, le inquietanti etichette dei media: “Lager, Città del Terzo mondo, Bomba etnica, Monumento del degrado, Covo di terroristi”. Molto più incoraggiante il nome che gli diedero gli occupanti: “Shish Mahal”, in hurdu “luogo di incontro” o “casa di cristallo”.

La vicenda si concluse a gennaio del ’91 con uno sgombero, gli immigrati furono distribuiti in località fuori da Roma. “Ho visto persone sotto choc. Prelevate come se si trattasse di una deportazione – affermò don Luigi Di Liegro – Questa storia è finita nel peggiore dei modi”.

Ora la Pantanella è sede di uffici e di appartamenti di prestigio. Lì vicino, c’è il Pigneto, piccolo borgo popolare, ora di tendenza tra i giovani.  Molto è cambiato, insomma, nel tessuto sociale cittadino. Non l’irrisolta questione dell’accoglienza e dell’emarginazione, insomma dell’umanità.

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