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News FROM THE LIEGRO FOUNDATION

Don Luigi Di Liegro e la sfida dell'AIDS a Villa Glori

Il 1° dicembre è una data che invita a riaprire i fascicoli della memoria. Per la Fondazione Di Liegro, la Giornata Mondiale contro l'AIDS riporta inevitabilmente al 1988, l'anno in cui l'emergenza HIV esplose a livello globale, portando con sé non solo un dramma sanitario, ma una profonda frattura sociale.

In quel contesto difficile, segnato dalla paura del contagio e dallo stigma verso le categorie più colpite – spesso giovani tossicodipendenti o omosessuali – Don Luigi Di Liegro compì una scelta destinata a lasciare un segno profondo nella storia di Roma: l'apertura della casa famiglia di Villa Glori.

Un segno nel cuore della città

Rileggendo oggi i documenti e le interviste dell'epoca, emerge con chiarezza come per Don Luigi l'accoglienza non potesse limitarsi all'assistenza medica o alla carità nascosta. La decisione di collocare la struttura ai Parioli, e non in una zona periferica, fu una scelta consapevole e strategica.

Le sue parole, conservate nel nostro Archivio, spiegano perfettamente questa intenzione:

"Se avessi aperto la casa di Villa Glori anziché ai Parioli in una periferia sconosciuta, nessuno mi avrebbe detto nulla e magari ci avrebbero pure aiutato [...]. Ma io l’ho voluta fare apposta lì, perché sapevo che questa esperienza dell’AIDS ci interrogava rispetto a quelli che sono i nostri valori".

Don Luigi voleva che la città si interrogasse, evitando che la malattia diventasse motivo di esclusione e trasformandola invece in un'occasione di confronto civile.

Dallo scontro alla comunità

La storia di Villa Glori non fu lineare. I primi mesi furono segnati da forti tensioni, proteste e persino aggressioni fisiche. Tuttavia, la fermezza di Don Luigi nel difendere la dignità dei malati aprì la strada a un cambiamento culturale. Quella che era nata come una battaglia per il diritto alla cura si trasformò, col tempo, in un'esperienza di convivenza e umanità.

Ricordiamo con affetto la storia di quella madre che, dopo la morte del figlio a Villa Glori, scelse di diventare volontaria, assistendo gli altri ragazzi ospiti. O la visita di figure internazionali come Liz Taylor, che contribuì ad accendere una luce diversa su quella realtà.

Una riflessione profetica sulla persona

C’è un aspetto ulteriore, forse il più profondo, che emerge riascoltando le parole di Don Luigi: la sua capacità di andare oltre il ruolo tradizionale, affrontando temi allora considerati "scomodi" anche all'interno della Chiesa.

Di fronte a una malattia che colpiva la sfera della sessualità e che spesso generava giudizio morale, Don Luigi offrì una lettura sorprendente. Non condannò, ma colse l'occasione per riscoprire il valore della relazione.

Per Don Luigi, l'AIDS ci costringeva a riflettere sulla sessualità non come tabù, ma come espressione del corpo che celebra l'incontro con l'altro. In un momento in cui la società tendeva a isolare i corpi "malati", lui richiamava al valore sacro della persona e del legame umano, scardinando pregiudizi e paure.

L’eredità di quella scelta

Oggi, ricordare l'impegno di Don Luigi significa riconoscere che la vera cura passa sempre attraverso l'accoglienza incondizionata. La sua lezione a Villa Glori ci insegna che le fragilità non vanno nascoste, ma vissute all'interno della comunità. È questo lo spirito che la Fondazione continua a custodire e a portare avanti nel proprio impegno quotidiano.

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