Tu come stai? Distanziamento, isolamento e solitudine

Quante volte sentiamo rivolgere un banale “Come stai?”, seguito spesso da un altrettanto banale “bene, grazie”? Infinite volte. In realtà, in questa domanda c’è una proposta di relazione dietro la quale possono esserci moltissime sfumature che portano ad entrare in rapporto con un’altra persona.  E se, ad esempio, quell’altra persona è un malato senzatetto che sta soffrendo in strada le conseguenze del lockdown e ha perso quel poco di apertura relazionale che si era costruito arrivando a trascurare del tutto il suo stato di salute e il suo malessere, quel ‘come stai’ (o anche un ‘come va’ o un ‘che si dice’) può diventare il primo passo verso l’avvicinamento alle strutture sanitarie.

Così è cominciato Tu come stai? Distanziamento, isolamento e solitudine, il secondo incontro del corso di formazione “Volontari e famiglie in rete per la salute mentale” della Fondazione Di Liegro. Relatore, il Dott. Massimiliano Aragona, psichiatra, psicoterapeuta e filosofo, coordinatore del SIMM, gruppo “Salute mentale e Immigrazione” della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni.

Inevitabilmente, il COVID-19 è stato al centro del suo discorso e degli interventi dei partecipanti in presenza e in rete, volontari e persone attive nel Terzo settore.
Anche dentro le case il lockdown totale ha rappresentato un shock, il cambiamento del nostro stile di vita che non concepiva il distanziamento sociale, il divieto del rapporto fisico.  Molti ne hanno sofferto profondamente, ma non sono stati pochi quelli che ne hanno apprezzato alcuni aspetti: le città e l’aria più pulite, il traffico cancellato, le file rispettate, i cinema vuoti.

Conferma che in ogni situazione – anche in quella che 60 milioni di italiani stanno vivendo contemporaneamente, ognuno a suo modo – esistono fattori di resilienza, opportunità inaspettate che, se prese dal lato giusto, possono portare a sviluppi positivi. Per esempio costringerci a porci la domanda: “Che cos’è veramente importante nella vita?”.

Ma in definitiva, il lockdown ha migliorato le cose nelle comunità, famiglia in primis, in cui le cose andavano bene e peggiorato in quelle in cui andavano male.
Sorprese sono arrivate da diverse persone affette da particolari disturbi mentali, che hanno vissuto bene la condivisione delle regole con tutti gli altri.

Nella crisi il Terzo settore ha continuato ad essere presente, dimostrando quanto sia importante nella società.
Il Servizio pubblico nel suo complesso ha avuto molti problemi. La pandemia è stata uno stress-test per un sistema che ha mostrato le sue falle. Strutture sanitarie preposte alla cura delle malattie mentali davanti alla minaccia del virus hanno serrato le porte: i pazienti che erano fuori non sono potuti entrare, quelli che erano dentro non sono potuti uscire, restando chiusi insieme ai sanitari per un mese/un mese e mezzo, lontani dalla famiglia, spesso senza spiegazioni su quello che stava accadendo. Alcuni hanno sopportato bene, altri no.

E adesso c’è la seconda ondata. Bene o male la aspettavamo tutti e sapevamo che dovevamo prepararci, ma eccoci ancora tutti nella stessa barca con l’ansia che sale.
È una fase diversa. Probabilmente non ci sarà un secondo lockdown totale, letale per l’economia, ma mancano indicazioni e regole chiare per tutti e toccherà a ognuno di noi il compito e il peso di cercare i comportamenti giusti.

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